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23.06.2017
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Riva di Suzzara, è il paese più mitico e più ricco d'avventura del basso mantovano.

Al tempo della dominazione austriaca Riva era zona di confine e nei suoi boschi, allora assai estesi, tramavano contrabbandieri e s'annidavano briganti. Questi ultimi erano in gran parte renitenti alla leva regio-imperiale, i quali per sottrarsi all'arresto ripararono nei boschi e vissero di azioni brigantesche. La giustizia austriaca non era tenera con i briganti catturati, tanto che ad essi non infliggeva beni individuali, bensì collettive e cumulabili. Così se due briganti , esempio, erano condannati a dividere insieme una pena globale di quarant'anni e uno di essi poco dopo moriva, l'altro doveva scontare anche la pena del defunto, cioè gli interi quarant'anni. La sorte loro riservata dalle autorità austriache in caso di cattura era l'internamento nelle carceri di Este (Padova) e una condanna che un detto così spiegava: (Chi va a Este più non sorte; o trent'anni o la morte). Riva era zona di confine e perciò di intenso contrabbando; ancor oggi la leggenda ricalca, con una punta di nostalgia, nei boschi più fitti e tenebrosi il sentiero degli spalloni. A quel tempo vi fu chi vendette più volte sulla carta stallate di buoi agli austriaci, ai parmigiani e all'esercito sardo contemporaneamente, facendosele pagare in anticipo; poi approfittando della particolare ubicazione del paese e destreggiandosi abilmente tra gli uni e gli altri, riuscì a dileguarsi senza consegnar le, lasciando tutti e quanti a bocca asciutta.

A Riva i racconti dei vecchi pescatori e terrazzani sono ancora sovrastati dal mistero insoluto dell'uomo legato e trovato chiuso in un sacco su un'isola; ma è pure vivo il ricordo di cacce favolose nel lontano 1919 e di retate memorabili nel 1925, quando in una sola giornata si pescarono diciotto quintali di pesce con diciassette storioni.

Né s'è perduta la memoria della cattura di una grossa lontra di trentadue chilogrammi e dell'abbattimento di u n ' a qui la reale di gran d i proporzioni .

I vecchi si ricordano di un uomo vissuto interamente sul Po e morto sul fiume, mentre con il suo battello andava a tiro di un volo di anatre selvatiche. Si tratta del mitico "Visul", ormai defunto. Il suo vecchio cuore si fermò proprio nell'attimo in cui premeva il grilletto della spingarda e cadde riverso senza vita nel battello che diventò per lui la sua bara galleggiante. Il suo cadavere venne tratto a riva dal figlio Vincenzo.

Sempre in quel tempo nacquero certe leggi non scritte del fiume, un'etica del Po, a cui nessuna persona del paese venne e viene tuttora mai a meno.

Una di esse dice, in modo sottinteso, che tutto quello che a Po si trova in piedi ha un padrone e quindi bisogna lasciarlo stare. Ecco perché anche a Riva, come tutto il corso del Po, le fascine della legna raccolte sul fiume o nei boschi vengono ancor oggi disposte verticalmente. Negli ultimi giorni di guerra anche Riva fu testimone degli affannosi tentativi dei soldati tedeschi di passare il fiume a qualunque costo e con qualsiasi mezzo. Riva di Suzzara esce dalla leggenda ed entra nella storia e nella cronaca più rovente con gli scontri tra gruppi di partigiani e tedeschi in fuga durante gli ultimi giorni di guerra. Perché se la leggenda è fluida e vaga, la sua storia più recente ha una concretezza dolorosa, che si ancora alla lapide che ricorda un partigiano caduto in quegli scontri, e che sta come un monito di civiltà nei boschi che un tempo furono ricettacolo di briganti. Ora Riva e anche il Po non sono più quelli di un tempo. Se l'andare a Po ha per molti suzzaresi ancora un fascino e un certo sapore d'avventura, se gli amici del Po costituiscono una simpatica consorteria, questo è perché sulle rive il presente non nasce nuovo e assordante, ma deriva dal passato che fluisce discreto, attutito da una coltre senza tempo intessuta di miti o ricordi e di nostalgia appena avvertita.

A Riva il presente conserva il riflesso versicolare di questo passato favoloso, anche se di tanti ricordi oggi non è rimasto che un vago ricordare.